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Il Territorio

Arte

di Venerdì, 30 Maggio 2014 - Ultima modifica: Giovedì, 24 Luglio 2014

Nel Comune di Mazzin, l'arte si gode passeggiando. In questa sezione si trovano le schede di rappresentazioni artistiche ad affresco, con soggetti sacri e profani. 

Il sacro all'esterno delle Chiese

E' certo a mezza strada tra mondo ecclesiastico e mondo laico l'effigie di San Cristoforo, costantemente esposta all'esterno della chiesa o su un lato del campanile ma anche raffigurata sulla facciata di qualche dimora privata in segno di particolare e personale devozione. Il santo trasporta il Salvatore in spalla con le gambe sommerse nel corso d'acqua aiutandosi con un albero.Egli è venerato nella sua tripla valenza di gigantesco patrono dei viandanti, di protettore contro le pestilenze e di garante contro la morte improvvisa e, poiché tale, privata dei sacramenti: ciò a patto però di recitare quotidianamente una preghiera davanti alla sua effigie, all'uopo fedelmente riprodotta in grandi dimensioni all'esterno degli edifici per agevolarne la fruizione cultuale e incrementare l'impatto visivo sui devoti. Le forze malvagie che si celano nei corsi d'acqua ma anche i pericoli che il cristiano deve affrontare nel corso della sua vita mortale sono simboleggiate dalla sirena a doppia coda presente, ad esempio, nell'immagine attribuita a Zuan Battista Costoia sulla chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo di Campitello (sch. 121) Secondo il Rosenfeld la regione atesina con le sue diramazioni e le importanti vie di comunicazione avrebbero costituito un importantissimo centro propulsivo per il culto al santo e per la diffusione verso le regioni transalpine: egli formula la sua ipotesi sulla base della relativa antichità delle dedicazioni di chiese, cappelle e di immagini nella regione a iniziare dagli affreschi della cappella di S. Caterina a Hocheppan (1 130-1150) e dal san Cristoforo duecentesco nel Duomo di Trento'. Limitandosi al territorio trentino, se già Simone Weber nel 1927 aveva contato ben trentacinque raffigurazioni dipinte sull'esterno delle chiese, giungendo a un risultato degno di nota ma senz'altro approssimato per difetto, il recente contributo di Alberto Winterle, dedicato alla zona fassana, ne cataloga una decina, ivi comprese le realizzazioni di questo secolo. Evidentemente neppure i dubbi dei più cauti esponenti della Chiesa della Controriforma riuscirono a minare la po- polarità di tale figura, espressione tipica della religiosità medievale così incline a lasciarsi suggestionare dai racconti più fantastici incentrati su santi cavalieri, ere- miti, pellegrini e sante vergini minacciate da diavoli e draghi. Un mondo al limite dell'immaginario e del folklorico, ben radicato nelle coscienze dei cristiani dell'intero arco alpino, che non aveva mancato di suscitare le perplessità degli stessi padri riuniti in occasione del Concilio di Trento, qualche tempo prima, l'ironico commento di Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia a proposito di quanti "si sono convinti (idea stupida, ma che li tiene allegri) che, dato una sguardo a una statua o a una pittura di S. Cristoforo, quella specie di Polifemo, per quel giorno non morranno, oppure salutata una Barbara scolpita con le parole giuste, torneranno dalla battaglia sani e salvi, oppure, andando incontro a S. Erasmo nei giorni prescritti, con le candeline prescritte e le preghierine prescritte, in breve diventeranno ricchi"". Nonostante queste prese di posizione gli artisti continuarono a dipingere immagini di san Cristoforo fuori dalle chiese e i fedeli continuarono a rivolgersi ad esse con piena fiducia nella loro efficacia apotropaica, come dimostrano i più attardati affreschi fassani. Diversa sorte ebbe invece un'altra immagine di grande interesse iconografico, che, al pari di san Cristoforo, appare situarsi a mezzo tra l'area ecclesiastica e quella laica. Si tratta dei cosiddetto Cristo della Domenica, affrescato nel tardo Quattrocento sulla facciata della chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo di Campitello di Fassa (sch. 125). La sua importanza consiste non tanto nella frequenza con la quale è raffigurato, dal momento che, anzi, si tratta dell'unico esempio superstite nella zona fassana, quanto per la pregnanza di significati ad esso correlati. Risulta innanzitutto evidente dal semplice confronto con le altre immagini a carattere popolare raccolte in questa occasione, che essa è l'espressione di un'elaborazione iconografica che non può essere catalogata come devozionale né essere confusa con altre realizzazioni con le quali pur condivide il fatto di essere esposta sulla pubblica via. E' piuttosto un'immagine didascalica e mnemotecnica che doveva rammentare a tutti l'obbligo di osservare il giorno di riposo consacrato a Dio, sospendendo ogni attività lavorativa rappresentata dagli utensili riprodotti attorno alla figura sofferente di Cristo". Il singolare tema figurativo è una migrazione iconografica dal Tirolo meridionale: in Trentino sono tuttora conservati l'esempio tardo quattrocentesco della chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo a Campitello di Fassa e quello cinquecentesco della cappella di S. Rocco a Tesero, che, datato 1557, risulta essere il più tardo tra la cinquantina di casi rintracciati tra l'Inghilterra, la Germania, la Svizzera, l'Italia, la Slovenia e la Boemia. Anche in questo caso si è di fronte a un frammento di un mondo figurativo che senza dubbio era ricco e diversificato nel le sue forme in stretto rapporto con le variegate forme espressive della religiosità tardo medíevale. In seguito il rinnovamento figurativo fondato sui dettami dei Concilio di Trento portò alla sparizione di questa forma di ammonizione figurata che aveva il torto di non essere immediatamente comprensibile e di far leva più sulla comprensione che sulla "compassione", tanto auspicata dall'arte della Controriforma.

Il sacro all'esterno delle case

Il confine tra sacro e profano, religioso e laico, non fu mai così indefinito come nell'epoca che segui il Concilio di Trento e la riscossa della Chiesa cattolica, attuata anche tramite la gestione di ogni manifestazione religiosa sia nelle città che nelle campagne": una gestione poggiata non solo sull'azione dei clero secolare ma anche, e soprattutto, su quella del clero regolare che, più preparato nella formazione e nell'elaborazione di un metodo pastorale ed organizzato a livello territoriale, giunse ad esercitare notevole influenza nelle scelte devozionali e nelle espressioni di pietà". Così guidati, i laici continuarono ad arricchire chiese e cappelle con donazioni o committenze dirette di dipinti, ma poterono anche trovare uno sbocco alternativo sui luoghi della vita quotidiana e, quindi, anche sulle facciate delle case private. Alle "regolate" forme di religiosità dirette verso le immagini di culto custodite sugli altari si affiancarono cioè altre forme rituali non altrettanto solenni che venivano scandite nell'arco della giornata ed erano indirizzate verso immagini devozionali di ben diversa pregnanza simbolica. La parziale e lacunosa conservazione dei patrimonio di dipinti votivi sui muri delle abitazioni di allora permette tuttavia solo un'altrettanta frammentaria conoscenza di quelle scelte devozionali che senz'altro rispecchiavano la mentalità popolare in modo più diretto rispetto alle immagini delle chiese". Va detto peraltro che la perdita di gran parte degli affreschi di questo genere non è solo dovuta al de- grado e all'incuria. Infatti, dal momento che i dipinti popolari non erano considerati rilevanti per il loro valore artistico bensì per il contenuto devozionale, essi erano destinati ad essere cancellati o sostituiti non appena il sentimento religioso giungeva a preferire nuovi culti e nuove figure, considerandole più efficaci e adeguate: la funzione predomina, in altre parole, su ogni altra considerazione di carattere estetico. In altri casi, altrettanto interessanti, essi sono invece diventati il fulcro di una devozione che, travalicando i confini della committenza familiare o di un piccolo gruppo, è assunta a livello comunitario, fino ad essere inglobate all'interno di un edificio sacro appositamente costruito: è il caso delle immagini miracolose venerate nel Santuario della Madonna di Laghei, vicino ad Arco, dell'Inviolata di Riva del Garda, delle Laste a Trento e di altre ancora. E peraltro rischioso dare per scontato che in età medievale e moderna siano stati numerosi i dipinti votivi sulle facciate delle case e che solo il trascorrere dei tempo sia stata la causa della loro rarefazione attuale. Viceversa la conoscenza sempre più capillare delle condizioni di vita delle comunità alpine dei secoli scorsi fa comprendere come anche la committenza di un affresco sacro di limitate dimensioni dovesse essere un impegno finanziario non alla portata di chiunque, ma, soprattutto, un fatto straordinario all'interno di esistenze regolate dalle scadenze religiose e dalle preoccupazioni di un'esistenza difficile, a volte tragica", che, pur originando da iniziativa individuale, era destinato a coinvolgere l'intera collettività cristiana per molto tempo. D'altronde la moltiplicazione di capitelli e dipinti devozionali è un fenomeno proprio dell'età moderna, quando le forme di religiosità laica subiscono un processo di esternalizzazione in parallelo con la proliferazione dei riti collettivi, delle processioni pubbliche, delle rogazioni, dei teatro sacro, delle nuove espressioni cultuali, sotto il vigile controllo della gerarchia ecclesiastica e delle congregazioni religiose". Edicole (o tabernacoli, o capitelli), nicchie parietali o semplici dipinti al massimo protetti da uno stretto spiovente di- vengono immancabili sia all'interno dei centri abitati sia nel tessuto viario rurale. I capitelli spesso riflettono l'iniziativa di un'intera comunità o di un gruppo di devoti, mentre i dipinti sulle facciate sono espressione visiva del fervore di un solo individuo, eventualmente affiancato dai membri della sua famiglia. Essi segnalano antichi percorsi, che erano seguiti durante le attività lavorative e durante le processioni festive; essi rassicurano i fedeli lungo l'arco della dura giornata quotidiana e, in contraccambio, diventano punti locali della devozione scandita dal calendario liturgico. Ora troppo spesso la viabilità rurale antica risulta sconvolta e negata fino a non poterla individuare più con certezza tra le poche testimonianze superstiti, apparendo spesso strana nella sua tortuosità legata non alla velocità di trasporto, come è nelle esigenze dei nostri giorni, bensì alle tradizioni, ai secolari vincoli confinari, all'andamento del terreno, alla preminenza delle famiglie, alla necessità di "vedere" una presenza rassicurante presso crocicchi, ponti, luoghi singolari, vie di pellegrinaggio". Con la conseguenza inevitabile di mettere ai margini i vecchi percorsi, di lasciarli decadere, e, alla fine di tale processo, di evitarne la frequentazione proprio perché ormai decaduti. Rimane il fatto che l'immagine sacra all'interno della chiesa è funzionalmente diversa da quella esposta sulla pubblica via. La prima risponde pienamente a quanto la Chiesa latina richiedeva dall'arte sacra, ossia l'istruzione dei rustici tramite lo strumento visivo e l'edificazione delle coscienze tramite immagini rituali proposte alla contemplazione, oppure cicli narranti "vita, morte e miracoli" dei santi più cari alla comunità locale, oppure scene simboliche di alta pregnanza dottrinale. La seconda è a presa diretta con le aspettative della popolazione devota, vivendo di improvvisi entusiasmi e di altrettanto inopinate fasi di ristagno. L'appropriazione cultuale dell'immagine sacra è totale nel momento in cui il dipinto non è fatto all'interno di un edificio di uso comune bensì affrescato sulle mura della propria casa e, addirittura, essa viene dichiarata non appena il pittore traccia le linee per la fatidica iscrizione col nome dei committente e le parole " per sua devozione". A differenza della pittura votiva, dove le immagini del committente e scritte esplicative della grazia ricevuta servono, oltre a tributare pubblica riconoscenza, a dare testimonianza certa e "giuridica" dei miracolo verificatosi e contribuire così alla fama del santuario, l'affresco devozionale nasce sotto lo stimolo individuale ma diviene, immediatamente oggetto di consenso corale, fatto che indirettamente inibisce una caratterizzazione troppo precisa da parte del promotore dell'iniziativa, che potrebbe alienare l'attenzione della collettività. Rimane invece la forte componente spontaneista nelle scelte tematiche e compositive, riflessa nella grande varietà soluzioni figurative.

Arte Sacra

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Decorazioni murali della Val di Fassa

Testi e immagini tratti dal volume di A. Mura (a cura di), Pittura murale in Val di Fassa, Trento 2000