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Il Territorio

Dal Medioevo all'800

di Venerdì, 30 Maggio 2014

Dal Medioevo all'800

Le invasioni barbariche: i Longobardi

Dopo il '400 i popoli dell'Europa orientale, che da tempo premevano ai confini dell'impero romano, si riversarono sulla Pianura Padano-Veneta. Quindi anche nel Trentino e nelle valli periferiche come la Valle di Fassa. Svevi, Burgundi, Vandali e Goti provocarono la fine dell'impero romano d'occidente. Fra tutti i popoli di origine germanica, i Longobardi, avendo conservato a lungo il proprio dominio, lasciarono in Italia una impronta duratura, inserendo le proprie istituzioni e le leggi-editto dei loro re, e facendo accettare alle genti latine parte dei loro usi e costumi. Il loro ordinamento civile rispecchiava quello militare: ogni corpo di esercito o "schara" era diviso in "centene" con a capo uno "scuidascio" o gastaldo avente autorità militare e giudiziaria. La "centena" era a sua volta suddivisa in "decanie" con a capo un "decano". La regione trentina costituiva un ducato, i "duchi" avevano sede a Trento, gli "scuidasci" o "gastaldi" nelle valli principali e le "decanie" erano collocate attorno ai valichi strategicamente più importanti. Pprobabile che durante il regno longobardo le valli ladine di Livinallongo, Fassa e Gardena facessero parte di un unico complesso amministrativo-difensivo,dipendente dal ducato di Trento. In Valle di Fassa, mentre mancano le prove della presenza longobarda negli insediamenti, per l'assenza di reperti di data anteriore al 1 000 (dovuta alle cause a cui è stato fatto riferimento precedentemente) numerose sono le testimonianze della notevole influenza che le istituzioni longobarde hanno apportato all'ordinamento giuridico interno alla struttura organizzativa della popolazione durante tutto il Medioevo. Di chiara origine protofeudale era infatti la "Corte Regia di Fassa" con le relative "Masserie di corte", istituto che assieme alla "Pieve di Fassa" ed alla "Comunità di valle" rappresentava uno dei cardini della struttura organizzativa medievale e a cui verrà fatto riferimento in seguito.

Il feudalesimo

Con la conquista dei Regno dei Longobardi e quindi anche del Trentino da parte di Carlo Magno nel 773 le istituzioni feudali si affermarono anche in questa regione. Il nuovo ordinamento venne sviluppandosi gradualmente e non si diffuse in maniera uniforme in tutto il territorio. L'organizzazione feudale venne ritardata da due fattori:

  • le lunghe guerre combattute dai discendenti di Carlo Magno per la successione;
  • la resistenza opposta dalle popolazioni locali soprattutto nelle valli periferiche per la difesa delle libertà delle comunità rurali e delle proprie tradizioni.

In valle non sorsero quindi castelli, né riuscirono ad ottenerla in feudo nobili insediatisi nelle valli limitrofe, ma continuò ad essere in vigore l'organizzazione locale, tenuta in vita soprattutto dall'ordinamento comunitario. Non significa con questo che Fassa sia rimasta durante il  Medioevo un'isola completamente autonoma nell'interno della struttura feudale, in quanto l'antica "decania" longobarda, pur mantenendo vive le proprie istituzioni, risulta annoverata attorno al 1000 quale giurisdizione dipendente dal principato vescovile di Bressanone. Nel 1027 i'irnperatore Enrico li, con una donazione affidava al vescovo di Sabiona-Bressanone, la difesa dei paese e lo costituiva signore feudale e principe elettore. Si suppone quindi che l'annessione dei territorio di Fassa al principato vescovile di Bressanone sia avvenuta verso il 1000/1100. Il documento che descrive il confine fra il vescovado di Trento e quello di Bressanone, in cui la valle risulta entro i limiti territoriali di quest'ultimo, è datato 1050 circa. Nel XIV secolo i cespiti di entrate della valle vennero dati in pegno due volte: a Bertoldo Gufidaun nel 1369 e ad Enrico di Lichtenstein nel 1389, con l'inserimento nel Tirolo e nell'impero Austro-Ungarico. Nel XV secolo il territorio tornò alle dirette dipendenze dell'amministrazione vescovile rimanendovi fino al 1803, data che segna la soppressione di principati vescovili attuata dall'imperatore d'Austria. Il potere temporale dei principato incideva in forme differenti nelle diverse giurisdizioni. La Valle di Fassa essendo amministrata da un'istituzione già definita quale la "Comunità di valle" godeva, entro certi limiti, di autonomia amministrativa, per cui il principe vescovo non vi esercitava direttamente la propria giurisdizione.

Al vescovo spettavano i seguenti contributi:

  • diritti sul territorio;
  • tributi quale principe territoriale;
  • tributi quale superiore ecclesiastico;
  • sulla "decania" di Fassa il vescovo aveva diritti sulle acque, sui mulini, sulla pesca, sulla "menada" o fluttuazione del legname e poteva inoltre imporre dazi e riservare a sé i mulini. Al principe territoriale spettavano dei tributi che in valle non venivano corrisposti dai singoli bensì dalla "comunità" ed erano, come testimoniano gli urbari dei principato, piuttosto elevati. Nel 1438, data in cui la valle tornò a dipendere dall'amministrazione vescovile venne introdotto il "focatico", una tassazione che ogni nucleo familiare doveva corrispondere in base al proprio reddito. Non era quindi più la Comunità a corrispondere i tributi, ma i singoli. Per attuare questo nuovo sistema di tassazione vennero, per la prima volta censite le famiglie e i loro beni. Al vescovo, quale superiore ecclesiastico, spettavano le "decime". Vi erano due tipi di decima:
  • la grande decima che era costituita dalla decima parte dei grano prodotto, di cui 213 spettavano al vescovo e 113 al pievano della Pieve di Fassa;
  • la piccola decima, comprendente prodotti quali fave, piselli, vino, canapa, ecc. di cui al vescovo spettava 113 della decima parte prodotta.

Per amministrare la giustizia e riscuotere i tributi veniva inviato due volte all'anno da Bressanone (in primavera e in autunno) un "gastaldo", che aveva il compito di tenere delle riunioni dette "piaciti" a cui erano obbligati a presenziare tutti i fassani. Durante il "piacito" venivano esaminate le cause civili e penali più rilevanti e si tenevano i processi in seconda istanza. Dopo il XV secolo al posto del gastaldo vennero inviati due giudici, detti "commissari del gastaldo" incaricati di risolvere le cause rimaste insolute dal tribunale ordinario, retto dal vicario o giudice. Il vicario, rappresentante dell'autorità vescovile, risiedeva stabilmente in valle. Egli aveva il compito di risolvere le cause giuridiche minori, di presenziare il tribunale di prima istanza e di riscuotere le decime vescovili. Fino al 1438 questo ufficio venne esercitato da un massaro della "masseria di corte" o da un "vicino" eletto dalla comunità, in ogni caso quindi da un fassano. Successivamente l'incarico di vicario venne affidato ad un giudice di professione detto "Ambimann" inviato da Bresanone e con residenza stabile in valle. Egli oltre al compito di amministrare la giustizia, curava direttamente gli interessi dei vescovo, per il quale amministrava e riscuoteva i tributi. Questa intromissione esterna provocò molte proteste da parte della popolazione, che vedeva in questo modo sminuita la propria autonomia giuridico-amministrativa. Lo "statuto comunitario" stabiliva comunque che il giudice fosse assistito nei processi da giurati eletti tra i "vicini" della comunità, che avevano inoltre il compito di annotare le infra- zioni commesse nelle singole "regole" per esporle al giudice durante le convocazioni che questi teneva più volte all'anno. Il compito di citatore ed esecutore delle sentenze veniva esercitato dal banditore, che generalmente era forestiero e fungeva da poliziotto e carceriere. L'ufficio di notaio era sempre ricoperto da un fassano (spesso veniva tramandato di padre in figlio) il che dimostra l'importanza della consolidata amministrazione interna e il discreto livello culturale della popolazione locale. Dopo il XV secolo venne inviato in valle a fianco dei vicario un "capitano" con l'incarico principale di rappresentare il principe vescovo e di fare da intermediario fra questi e la comunità. Di regola risiedeva in valle solo nella stagione estiva. Le ripetute richieste da parte dei fassani, affinché gli uffici di giudice e capitano fossero coperti dalla medesima persona seppur dopo molto tempo ebbero esito positivo, in quanto, nell'anno 1672 per la prima volta i due incarichi vennero affidati ad un'unica persona e precisamente a Giovan Antonio Calderon, già vicario di Fassa. Dalla fine dei 1600 non furono più inviati da Bressanone i commissari dei gastaldo per tenere i piaciti, ma era lo stesso giudice-capitano che si occupava delle cause di maggior importanza. A fianco di queste istituzioni, dipendenti dal principato vescovile di Bressanone e mantenutesi tali fino al 1803, particolare importanza ha l'organizzazione interna della Valle di Fassa rappresentata dalla Masseria di corte, dalla Pieve di Fassa e soprattutto dalla Comunità di valle. 

Le istituzioni interne. La Masseria di corte

Antica istituzione di origine protofeudale era nel Medioevo la "corte regia", o "Masseria di corte", centro militare, giuridico e amministrativo del distretto longobardo, che veniva amministrata da uno o più massari. La "Corte Regia di Fassa" è documentata per la prima volta nell'urbario di Bressanone nel 1252, in cui erano sanciti gli obblighi della stessa nei riguardi dei principe vescovo. L'istituzione mantenne le proprie caratteristiche protofeudali durante tutto il periodo interessato dalla giurisdizione vescovile: non divenne mai un feudo e i suoi massari non furono mai insigniti di alcun titolo nobiliare, al contrario, anche se godevano di un certo benessere, rimasero sempre equiparati agli altri membri della "Comunità di Fassa" dovendo alla stessa i medesimi obblighi e doveri. Durante l'amministrazione vescovile i massari avevano dei precisi obblighi nei confronti dei principato di Bressanone. Dovevano seguire il principe in caso di guerra, corrispondere ad esso i propri tributi ed ospitare due volte all'anno, in primavera ed in autunno, i commissari dei gastaldo che venivano a tenere i "piaciti". Quasi sempre fino al secolo XV il massaro esercitò anche la funzione di vicario, successivamente con la presenza dei giudice stabile, il massaro ne faceva le veci quando questi era assente. Nel XV secolo la corte regia era composta da 3 parti: una era stata comprata dal principato vescovile e le altre due rappresentavano, una la "massaria di sotto" e l'altra la "massaria di sopra". Numerosi erano i beni immobili quali case, prati, orti, boschi, campi e masi di proprietà della massaria e di conseguenza questa ricavava una forte rendita dagli affitti ed aveva inoltre il diritto di riscuotere alcune decime. La sede della Massaria di corte era a Vigo di Fassa ed era costituita da un complesso di costruzioni al centro delle quali si trovava la "torre di Vigo" (Torn de Vich), che era al tempo stesso casa padronale, sede giuridica e amministrativa della corte regia. La torre era un edificio in rnuratura con piccole finestre romaniche ai piani superiori, e feritoie al piano terra. Vi si accedeva tramite una scala esterna e il tetto, a quattro falde, era ricoperto di scandole. Queste caratteristiche tipiche delle torri medievali fanno presupporre che l'edificio sia stato costruito nel primo medioevo. Attorno alla "Torn de Vich" c'erano i fabbricati rustici, comprendenti tutti gli annessi agricoli ed erano vicini ad orti e campi destinati alla coltivazione diretta. Poco rimane della sede della corte regia, la demolizione della torre nel 1932 ha cancellato la testimonianza, antica e significativa del centro giuridico-amministrativo che per secoli è stato stato fulcro della vita pubblica della valle.

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